La ragazza che finalmente trascende il tu e diventa popolo
di Pietro Federico

La femminilità come impeto di fare spazio: Sanasi D’Arpe, nel suo esordio, restituisce alla poesia la voce di un popolo e di una città, tra Roma, Ungaretti, Blake ed Eliot.
Ovvero: il logos della città

Se esiste una caratteristica fondamentale nella femminilità essa è l’indomabile, irreverente impeto di fare spazio. Se esiste un principio che più di tutti vale la pena che la donna insegni all’uomo di oggi, un principio che sappia di profezia e di apocalisse, cioè di rivelazione, è proprio quello dell’aprirsi e del fare spazio al mondo, accogliere in sé il tempo, la Storia, gli spazi, le creature e le culture che li abitano, per diventare popolo.
Se si è artisti l’orizzonte è ridare all’arte l’unico movente per cui essa veramente esiste: essere la voce di un popolo, essere una città. E con città non intendo l’urbanità che è solo una mera conseguenza, una mera irradiazione del logos città. Intendo città come il punto in cui il destino di un popolo converge e si coagula, finendo col trascendere se stesso.

La poetessa titola questa poesia Terra, coinvolgendo l’intera Italia, ma quanto si sente, come il tutto per una parte, Roma in queste righe… quanto in questi versi riecheggiano le parole di Ungaretti, quando, nel Sentimento del Tempo e in molti altri testi, ci parla della Città Eterna come di una realtà così insopportabilmente carica di passato da renderci quasi impossibile un rinnovamento. E mossi a commozione nel poi viaggiano… il disperante horror vacui del barocco romano che soffoca lo spazio e il tempo è qui come squarciato dall’innocente e per questo possente amore di una ragazza per la sua città.
Ed è romana e italiana fino in fondo Sanasi D’Arpe in questa sua ossessionante intenzione della forma, nella sorvegliatissima tenerezza del ritmo. L’intellettuale Massimo Cacciari fa bene a sottolineare quest’ultima rarissima qualità che si rinviene in questo libro di contro alla maggioranza dei testi “poetici” scritti da giovani esordienti negli ultimi vent’anni. Commuove quanto chiaramente si senta la totale assenza di affettazione e il totale slancio e anelito verso la convergenza di significante e significato. Perché questa convergenza, sola, può essere poesia, e può essere lo spazio incandescente in cui la realtà e il linguaggio si risvegliano vicendevolmente e ai nostri sensi.
Il libro d’esordio della Sanasi D’Arpe è formato da quattro sezioni, ma su una sola vorrei soffermarmi in questa occasione per non disperdermi; la più estesa e la più centrale, quella in cui ritengo si raduni con più intensità l’ἐνέργεια (enèrgheia) dell’autrice proiettando la massima rivelazione: So niente di me stesso (pag. 35).

Con uno slancio selvaggio questa poesia mi manda lontano, addirittura a William Blake, ai canti dell’Innocenza e dell’Esperienza, a questa innocenza che illumina il presente e lo trasfigura in mito. Lo studium libera Dante dal passato, nello studium Dante è presente ed è un amico. Niente è nel passato e niente è nel futuro. Tutto è presente, e il presente è senza fine. E invocando il sole, certo inconsapevolmente – proprio grazie all’incoscienza sensibile che dà titolo all’opera – la poetessa sta chiamando all’appello anche se stessa… Maria Sole è il suo nome: Non arrestare il tuo cammino, e poi non te ne andare: ché non viene la sera. È conforto quello che chiede Maria Sole? Non possiamo saperlo. Certo è coraggiosa, sfacciata vulnerabilità. Una cosa è sicura: la poetessa, invocandolo, si accorge di poter guardare dall’alto, con gli occhi del Sole, con gli occhi del dio e quindi con gli occhi del sacerdote, del testimone.
È con profonda commozione che saluto questa poesia, questo modo di fare poesia e di essere giovani, in un tempo in cui la gioventù è stata educata dal potere alla falsa ribellione, alla ribellione di superficie, alle rime e ai ritmi scomposti del Chaos, ammesso e non concesso che parvenze di rime e ritmi ci siano.
Che splendore questo titolo: So niente di me stesso, lo splendore della trasparenza, che è lo spazio di un anima che mendica la realtà e il suo segreto, e si lascia attraversare dalla luce della Storia e della tradizione, se ne lascia imprimere, per esprimerle, finendo poi, inevitabilmente, quasi inconsapevolmente, anche con l’esprimere se stessa, la propria unicità, la propria femminilità, lo spirito impetuoso e mitico dell’amazzone, lo spirito dell’avvento.
Cito qui T.S. Eliot dai Quattro Quartetti:

e vi lascio a un’ultima poesia di questa poetessa esordiente che insegna, che desidera e testimonia il punto di fuga e il punto di origine della vera identità e della vera libertà: il lasciare spazio. L’umiltà… come appunto dice Eliot. Lo sconfine dell’umiltà.

— P.F.