Le Sirene di Ivonne Mussoni
di Pietro Federico

Le Sirene di Ivonne Mussoni intonano un allarme per chi sia disposto ad ascoltare: il mito non è nostalgia del passato, ma sguardo da ritrovare nell'anima delle cose.
Le Sirene di Ivonne Mussoni intonano un allarme per tutti coloro che siano disposti ad ascoltare. Il passato non può essere soltanto nostalgia e non può essere soltanto conoscenza di cose andate. Questa nostalgia e questa conoscenza devono, a un certo punto, poter trovare il modo di fondersi in qualcosa che le trascende e diventa presente. Un presente più profondo del qui e più durevole dell'ora.
In Ivonne rinvengo qualcosa che, se esiste in lei, così giovane, allora ancora ha speranza: il mito. Ma non il mito come mitologia, non il mito che sta nel semplice fatto di rivangare figure mitologiche. La sirena che è in lei, infatti, non si limita a fare capolino nei versi come escamotage che la poetessa usa per esprimere se stessa. E sta esattamente in ciò la grandezza di questa opera di poesia. Sì, Ivonne c'è; sì, la sirena c'è; ma la sirena prende per mano Ivonne e, insieme a lei, chiunque sia disposto ad ascoltare, per trascinarlo nell'abisso. Da qui il libro attinge energia: da quest'abisso, che poi è il logos. Una logica che si perde tra le spire del kosmos, e che sempre ci riporta al mistero, all'umiltà sconfinata dei Quattro Quartetti di Eliot, all'Infinito di Leopardi, alla Quiete Accesa e al Segreto di Ungaretti… e chi più ne ha, più ne metta.
Ora si tratta di capire, per i pochissimi arrivati fino al punto a cui è arrivata Ivonne, che, per il bene del nostro tempo, il mito non può nemmeno più ridursi all'uso di immagini che provengono dal passato. Il mito è uno sguardo che dobbiamo ritrovare affondando gli occhi nell'anima delle cose, in primis della natura, in secundis, nell'anima dell'uomo. Impariamo tutta la mitologia possibile, non per riproporne le immagini, ma per conformarci al principio motore che le generò, che generò la Cosmologia (e la Spiritualità) che poi sprigionò l'Iliade e l'Odissea, le Metamorfosi e l'Eneide, la Commedia. Impariamo tutta la mitologia classica possibile per poi disimpararla e trattenerne il mito, l'energia che l'ha generata. Solo così potremo creare un nostro mito, una nostra epica, e salvare il nostro tempo, ripartendo finalmente da una poesia su cui davvero la nostra civiltà possa rifondarsi.
È questo l'invito che faccio a tutti i poeti. A Ivonne in particolare, che sembra aver già sorpassato gran parte dei suoi predecessori, tutti impegnati a fare inutili capriole retoriche, a ripiegarsi sulle proprie telenovele relazionali, a giustiziare la lingua spingendole la nuca e soffocandola di faccia nell'acquitrino delle loro enfatiche emozioni e delle loro piccole immaginazioni.
— Pietro Federico