Finalisti e vincitori

Consequentia Rerum

I testi selezionati dalla giuria, raccolti per edizione: finalisti e vincitori del concorso.

Tutte le poesie

Primo Classificato

Dire a perdita d'occhio

Dire a perdita d'occhio e non intendere altro che non sia visione, acquisto di luce. Farlo con la tenerezza lenta che sfoglia e sfina questo sguardo nella sua miseria e incontinenza. Così avanzare nel poco che mano a mano ci lascia, ma più distinti, con l'opacità che piano si ritrae.

— Danila di Croce

Secondo Classificato

Dalla torre cadono pesi galileiani e cieli stipati nei vicoli neri tornano a dilagare chiari dentro l'orto. Il senso dei colori nasce col verde. Nella selva di bambù non cerco i nostri nomi - vuoto tra i cuori incisi nelle canne. Le tue piccole semenze nude hanno forse generato figli dalle foglie trilobate, allevati sotto piante monumento. Se chiudo gli occhi piovano rose col cartellino: parlano un latino che non so.

— Elena Amalia Ferioli

Terzo Classificato

GAZA Natale 2025

A seconda di dove cade la luce, c'è una stanza che non è più una stanza ma un perimetro di vetri rotti sotto un cielo sferzato dal vento e dalla pioggia. Il bambino si aggira tra ciò che resta della sua casa, non lontana da Betlemme. Mormora “presepe” perché è una parola antica che sembra reggere anche il peso del presente. Al posto del muschio raccoglie la polvere posata al suolo e la sparpaglia piano sul tavolo sbrecciato. Sta edificando un piccolo presepe in una Betlemme che sa di calce e fumo. Lui non ha statuine. Trasforma i bicchierini rotti nei pastori. E i Re Magi non portano oro e mirra, ma piatti infranti che offrono bende insanguinate: offerte che nessun Vangelo prevedeva, doni che lasciano interdetti. La mangiatoia è la cucina vuota. Il bambino guarda il suo presepe. E poi viene sera. Il presepe non è più un allestimento, perché lui prende il posto della statuina, si corica dove avverrà la nascita della Notte Santa. Diventa lui Gesù povero e inseguito, non per imitazione ma per necessità. Non lo scaldano il bue e l'asinello, ma piccoli fuochi di legni rotti, sempre sul punto di svanire. E mentre il fumo gli si appiccica ai capelli, la casa, o quel che resta, fa da chiesa senza altare, da stalla senza animali, da rifugio senza garanzie di non essere di nuovo colpito dalle armi. E tuttavia resta una domanda, più antica di ogni guerra, più fragile del vetro: dove si cela l'essere umano quando tutto attorno crolla? Dove si conserva il semplice arcano esistere, se persino un presepe di macerie può essere una culla, un rifugio, la soglia in cui attendere il miracolo del Pane della Vita?

— Paolo Borsoni