Finalisti e vincitori

Ragioni di una Poesia

I testi selezionati dalla giuria, raccolti per edizione: finalisti e vincitori del concorso.

Tutte le poesie

Finalista

Una madre

Il figlio che si era sparato stava lassù, ritratto in una foto appesa nella grande cucina in cui l'aveva fatto. Indossa una maglietta rossa e sorride come un baro che si appresti a una partita importante. Sono gli occhi però a parlar chiaro. Brillano assenti dal resto della faccia. Occhi intenti a contemplare qualcosa d'invisibile e distante. Sua madre mi fa visitare casa. È stata lei a trovarlo una mattina luminosa di un'estate che non avrebbe più dimenticato. Attraversiamo ogni stanza e poi arrivati in cucina dice: è lui. Indica la foto sopra il caminetto, l'indice puntato verso quel ragazzo. Non so come ci riesca, davvero non so come riesca a sopportare che suo figlio se ne resti lì, a sorriderle incurante giorno dopo giorno e notte dopo notte senza soste né ripensamenti. Sorride anche lei però. Indica la foto e dice solo È lui.

— Simone Greco

Finalista

*

Non ha voglia di fare un cazzo come quelli del sud borbotta. Poi spedisce altre ingiurie al creato. È questo libro che mi rende amaro già dal titolo, la pura superficie, le persone come fantasmi sui tram, lui come un fantasma mentre parla coi colleghi mentre ascolta gli amici mentre guarda la figlia poi lo specchio poi se stesso, negli anni, fra molti anni. Prima i figli di madri e padri innamorati poi quelli con le mani e con le idee con le ragazze senza paura che manchino i soldi per il weekend. Ora che è più grande tutta questa gente si è spostata di una fila ora invidia chi ce la fa in due, al massimo un gatto o un cane fanno l'orto sistemano il legno riaggiustano le loro case. Li vedi che girano in bici o li incroci, tu in auto loro a piedi. Sorridi, ti sorridono. Passeggiano come appena usciti da un bosco o da un campo, da un dipinto di uno sconosciuto e non vogliono nulla da te.

— Stefano Solaro

Finalista

NAILS

1 Dicono che non è una donna che è solo mani per involucri che semina chiarori sulle piante di plastica che quando le clienti se ne vanno non riconosce l'odore dei commiati nel mare di smalto Chi l'ha vista dice che ha la pelle così chiara da far impallidire i santi 3 Devo aprire il bianco spargere questo odore di bianco sulle unghie vive che avvampano nel vasto fuoco di smalti perché fuori l'uomo che passa la colla sui manifesti funebri sta diffondendo nostalgia in cielo e in terra Devo coprire bene le vene di bianco prima che le storie dei morti cadano come foglie rosse nel mio sangue

— Manuela D'Alessandro

Finalista

Cade la sera del terzo giorno dell'anno il mio nome è qui in un mastello di foglie secche una circonferenza di luce dai lampioni disegnata sulla strada. Ti hanno trovato morto due giorni dopo rovesciato sulle scale di casa tua. Eppure nella prima foto di classe a colori - era l'ultimo giorno delle elementari - eri lì accanto a me sulle scale della scuola e sorridevi. Tornerai nel cortile della partita eterna a lasciarti attraversare dal vento mi passerai la palla e riderai ancora di me che non sapevo gridare il tuo nome.

— Daniele Ricci

Finalista

IL COMPAGNO DI STANZA

Una tempesta in sordina lo sbrigò dall'ultimo sonno. Aprì gli occhi e non vide che una sagoma di piedi immobilizzati dal buio. Sentì l'ultimo alito di azoto filtrare tra i denti e riempire lo spazio vuoto vorticando fra la lingua e il palato incunearsi nella laringe spezzarsi nei bronchi. Si portò una mano alla gola e tese l'altra verso un dio guaritore che poteva esistere, anche se io non lo vedevo, tra la porta del bagno e la porta d'ingresso sopra lo stipite ma sotto il soffitto. Scalciò istericamente le lenzuola e mentre con gli occhi pregava l'aiuto dei vivi col braccio piegato cercava la mano del dio guaritore. Lo mancò sicuramente. Quando già un lampeggiare rosso sopra la sua testa suonava da un pezzo, un torrente di camici azzurri e altri camici smeraldo sventrò la porta trascinando con sé una dottoressa in bianco.

— Raffaele Pecoraro

Finalista

Aspettando Zefiro

Aspettando Zefiro, getti al cielo uno sguardo come tu potessi sentire l'odore del vento, e già ne elogi le passate esperienze, quando potente era la scoperta dell'invisibile spinta che fragile, inesperta, subivi. Abbiamo trascinato sulla battigia la barca, remissiva ad un dondolio monotono e lento. E in alto le nuvole si sfilacciano piano come spaventose figure deformi. Tutto invita a desistere ma ugualmente confidi. Forse più a largo, al centro esatto del lago, dove non c'è riparo ed è aperto attorno. Là, si potrà sciogliere la vela e ritirare i remi. S'increspa la superficie al solo passaggio delle tue dita mentre giochi annoiata. La tavola piatta riluce un profondo bagliore e luccica l'acqua ondeggiando. Nella mancanza però ci siamo trovati, la nostra parte per lo meno è compiuta, assolta e disillusa. Se il pregarlo funzionasse, non così grande sarebbe il tuo sorriso mentre sistemi una ciocca dietro l'orecchio e comandi di avviarsi a rientrare, Paga solamente dell'aver sperato che soffiasse.

— Alessandro Conte

Finalista

LETTERA AI MIEI

Ma', seppi in te di stagioni lucenti sul golfo, di ninfe collinari addormentate su gradini di basalto, e di una fame antica, saziata a molliche di mare e di sole. Poi in te, che mai invecchiasti nel nome serio di Padre, seppi l'ubriacatura di rugiada e quella d'aroma di mosto, l'odore dei libri nuovi e la pienezza dei viaggi all'alba. Eppure non sempre oso dirvi parole che ascoltai, né disegnarvi con chiarezza figure che vidi, e come zingaro muto vado tra i giorni, senza una parola che non sia sputo di dubbio. Al peso magro del mio corpo smilzo sommo peso grave di silenzio ed è gobba di Madre e di Padre il mio castigo! Al Dio senza parola, in doppia fede di figlio, chiedo un lessico nuovo.

— Pietro D'Agostino

Finalista

PESCIOLINO

Ora c'è il pesce rosso rovesciato, scosso vitreo sul fondo. E questo problema per mia figlia non ha soluzione sul quaderno dei metodi. Ora c'è una stanza buia e mia madre uguale rovesciata, pancia in su, gli occhi sbarrati. Io la guardo sorpreso ma non più di tanto. Mia figlia guarda il pesce è sorpresa, certo, ma non più di tanto. Così, lasciamo che accada ogni cosa una volta tanto, lasciamo che le persone accadano.

— Simone Beghi